Marco Garrone

Nasce a Torino nel 1967, in piena era psichedelica di cui fortunatamente non porta traccia. Inizia a fotografare a 16 anni con una Canon Pellix, sprecando un mucchio di negativi. Parte dai modelli tuttora inarrivabili dei fotogiornalisti (Capa, Cartier-Bresson, ...) per approdare ad alcuni sperimentatori (Rodchenko, Friedlander, Winogrand). Appassionato anche di Haas e Burri, si innamora follemente di Luigi Ghirri e per conseguenza ai New Topographers, Eggleston, Shore e gli Struffsky cui dice di ispirarsi. Si considera principalmente un paesaggista. E‘ stato molto fortunato ad aver trovato come maestro ed amico Fulvio Bortolozzo, cui ha esposto alla collettiva “Tornando altrove” nel 2012. Non ama molto le alterazioni in digitale nè la post-produzione pesante. Anche senza rullino, cerca foto che siano quanto più simili ad un istantanea. Felicemente dilettante, per campare fa il medico d’urgenza.

Silenzio (2012)
Essere inodore, insapore, buio, impalpabile è considerato un male. Il silenzio, l'assenza di suono, no. E' l'unica assenza che si ricerca attivamente, un vuoto augurato e desiderabile, una illimitata palestra per la mente. EL Masters scrive "Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, e il silenzio della città quando si placa, e il silenzio di un uomo e di una ragazza, e il silenzio con cui soltanto la musica trova linguaggio, il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera e il silenzio dei malati quando girano gli occhi per la stanza e chiedo: Per le cose profonde a che serve il linguaggio?" Ma soprattutto, con che linguaggio, gran paradosso, si descrive il silenzio? Con parole o suoni che lo uccidano? Per immagini che pretendono di descrivere l'astratto? Meglio semplicemente per intuito.... come fece il mio maestro FB, di fronte ad una di queste foto, dicendo "è silenziosissima!"

Vuoti a leggere (2011)
Il progetto nasce come costola del più ampio "Little America", raccolta di immagini dedicate agli spazi suburbani torinesi. Vuoti a leggere si concentra su come i cartelloni stradali, svuotati del loro già povero contenuto comunicativo, costituiscano elementi importanti del paesaggio, cui conferiscono una vaga americanità



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